Spunto #41 del 20 ottobre 2026

Il 95% delle quote all’erede, ma niente esenzione

Tempo di lettura: 2:30 minuti

Buon martedì,

quanto deve ricevere un erede perché l’azienda di famiglia si possa dire davvero sua?

Verrebbe da rispondere con una percentuale: la metà più uno, o qualcosa di più per stare tranquilli. Le risposte che l’Agenzia delle Entrate ha dato negli ultimi mesi dicono che la percentuale, da sola, non basta.

Il caso che mi ha colpito di più riguarda una holding di famiglia. Il 95% delle quote sarebbe andato all’erede, ma lo statuto avrebbe lasciato a chi l’aveva fondata la carica di amministratore e presidente, la scelta dei nuovi soci e un quorum del 96% per cambiare queste regole.

Con quella struttura, ha scritto l’Agenzia, l’esenzione dall’imposta prevista per i passaggi d’impresa in famiglia non spetta, perché quel 95% non avrebbe dato il potere di decidere. Altre due famiglie, nelle stesse settimane, hanno avuto una risposta analoga.

Le valutazioni fiscali le lascio a chi le fa di mestiere. A me interessa la fotografia che queste risposte scattano. In molte famiglie il passaggio viene vissuto come un trasferimento di proprietà da sistemare con il notaio, mentre la parte più delicata è il trasferimento delle responsabilità, che non ha una data e che nessuno mette in agenda. La clausola che tiene il comando a chi ha fondato l’azienda nasce quasi sempre dall’affetto e dalla prudenza, raramente dalla sfiducia. Il guaio è che lascia tutti fermi nella posizione di prima: chi ha costruito continua a decidere, chi eredita continua ad aspettare, e nessuno si prepara al giorno in cui i ruoli si invertiranno davvero.

Nel blog di questa settimana trovate la regola spiegata senza tecnicismi, i tre casi e la storia, composita ma molto realistica, di un’imprenditrice che ha rimandato la firma per costruire prima il passaggio delle responsabilità. È lo stesso filo della storia dei Marzotto di due settimane fa, dove i ruoli dei nipoti erano arrivati anni prima delle quote.

Il consiglio che vi lascio è una domanda da fare a voce, a cena o alla prossima riunione di famiglia:

se domani chi guida l’azienda dovesse fermarsi per sei mesi, chi firmerebbe al suo posto, e saprebbe farlo?

Se la risposta arriva subito ed è un nome diverso da quello di sempre, il passaggio è già cominciato, qualunque cosa dicano le quote. Se segue un silenzio, conviene partire da lì, prima ancora di fissare un appuntamento dal notaio.

Le aziende di famiglia passano di mano bene quando chi le riceve ha già avuto modo di sbagliare, e di correggersi, mentre chi le ha costruite era lì a guardare. Per questo, quando una famiglia mi chiede quando convenga firmare, la mia prima domanda riguarda i due o tre anni che vengono prima.

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