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Buon martedì,
quando sentite parlare di family office, a chi pensate?
La risposta più probabile è lontana: i Rockefeller e le altre grandi dinastie americane che hanno dato un nome a questo mestiere più di un secolo fa. Lo faccio anch’io, quando devo spiegarlo in fretta, perché sono esempi che tutti riconoscono.
Eppure alcune delle storie più istruttive sono italiane, e passano quasi inosservate. Sono famiglie poco inclini a raccontarsi, che lavorano lontano dai riflettori e per questo finiscono di rado negli esempi dei convegni.
Quando però le si guarda da vicino, sul modo di governare il patrimonio non hanno niente da invidiare a quelle che citiamo sempre. Ne ho avuto l’ennesima conferma quest’estate, seguendo come è finita una partita che ha coinvolto una delle famiglie industriali più antiche del nostro Paese.
Il 13 agosto si è chiusa l’offerta con cui il gruppo britannico Frasers voleva comprare Hugo Boss a 38 euro per azione. Le due casseforti della famiglia Marzotto, che insieme hanno circa il 14% del gruppo tedesco, non hanno venduto. Aderire avrebbe significato incassare circa 370 milioni di euro.
Sul prezzo non entro, lo lascio a chi segue il titolo.
Mi interessa capire come una famiglia arrivi a una decisione del genere senza dividersi. Una delle due casseforti si chiama PFC ed è il family office del ramo di Paolo Marzotto. Nel 2016, spinta dalla generazione dei nipoti, la famiglia l’ha trasformata da cassaforte in family office vero: ha cominciato a scrivere una costituzione di famiglia, diventata definitiva nel 2020, l’anno in cui Paolo è scomparso, e nel 2021 si è data una politica d’investimento scritta. Oggi i nipoti hanno ruoli veri e l’amministratore delegato non è tra i soci.
Quello che mi colpisce è il calendario.
Le regole sono state scritte quando nessuno ne aveva bisogno, con il fondatore ancora presente a spiegarne le ragioni. Così, quando sono arrivate due prove che dividono molte famiglie, la scomparsa di chi ha costruito e un’offerta da centinaia di milioni, le risposte c’erano già. È quello che ripeto alle famiglie che incontro: le regole servono soprattutto nei giorni in cui nessuno ha voglia di discuterle, e per capirlo non serve guardare oltreoceano.
Nel blog di questa settimana raccontiamo la storia per intero, dal lanificio aperto a Valdagno nel 1836 fino al family office di oggi, e cosa può insegnare a una famiglia con un patrimonio complesso, qualunque sia la sua dimensione.
Il consiglio che vi lascio è un esercizio da cinque minuti.
Immaginate che domani arrivi un’offerta seria per l’azienda di famiglia o per una partecipazione importante, e scrivete su un foglio chi deciderebbe e chi avrebbe l’ultima parola se in famiglia non foste d’accordo. Se le risposte vengono fuori in poche righe, siete a buon punto. Se servono molte righe, o se accanto a una domanda non riuscite a mettere un nome, sapete da dove cominciare: conviene scriverle adesso, finché l’offerta è solo un’ipotesi.
Le famiglie italiane che durano da generazioni hanno imparato a governare quello che hanno costruito molto prima che in Italia si parlasse di family office. Vale la pena raccontarle più spesso, anche per ricordarci che i modelli migliori a volte parlano la nostra lingua.