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Buon martedì,
Vedo spesso la stessa cosa, con famiglie diverse: chi arriva da noi ha passato anni, a volte decenni, a giudicare chi si occupava del suo patrimonio con lo stesso metro. Rendimento, costi, liquidità. È il metro giusto per chi guarda al patrimonio come una somma di investimenti da ottimizzare, e per molti aspetti ha funzionato bene. Ma è un metro che non basta più quando il patrimonio smette di essere solo questo.
Il cambiamento che chiedo a chi si avvicina a un family office non riguarda gli strumenti. Riguarda il modo di pensare. Bisogna smettere di guardare il portafoglio, gli immobili, l’azienda di famiglia come pezzi separati, e cominciare a chiedersi come si comportano insieme: le scelte fatte su una parte del patrimonio influenzano sempre il profilo complessivo delle altre, anche quando ciascuna, presa da sola, sembra una decisione corretta.
Bisogna anche accettare di rispondere, prima di scegliere qualunque strumento, a una domanda che in tanti non si sono mai posti seriamente: cosa deve garantire questo patrimonio, e a chi.
E c’è un terzo cambiamento, forse il più difficile da accettare: scrivere le regole su chi decide cosa quando in famiglia c’è ancora armonia, non quando servirebbero davvero. Ho visto poche famiglie pentirsi di averle scritte troppo presto. Ne ho viste molte pentirsi di non averlo fatto in tempo.
Nessuno di questi tre cambiamenti, da solo, basta. Insieme, però, sono esattamente il motivo per cui un patrimonio importante riesce a restare coerente nel tempo, attraverso i passaggi generazionali, invece di restare ancorato a una visione che nessuno ha più aggiornato.
Ne ho scritto in modo più disteso sul blog.