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Buon martedì,
Vi faccio una domanda che a leggerla può strappare un sorriso:
chi decide per il vostro patrimonio?
La risposta sembra ovvia.
“Io, ci mancherebbe.”
Per anni sarebbe stata anche la mia. Poi mi sono abituato a farne una seconda, e lì il sorriso si asciuga: l’ultima scelta importante, quella presa negli ultimi dodici mesi, da dove è arrivata?
Chi l’ha proposta, chi l’ha verificata sui numeri di tutto il patrimonio e non solo su quelli del pezzo che riguardava, chi si è preso l’impegno di riguardarla tra un anno.
Quasi sempre la scelta è arrivata da fuori, con una scadenza già attaccata. E quasi sempre è stata valutata dentro lo stesso perimetro da cui era arrivata. Chi propone conosce benissimo la sua parte, e della sua parte risponde: è il suo mestiere ed è giusto così. Il resto del patrimonio, in quella stanza, non c’era. E nessuno ne ha sentito la mancanza.
Il punto che mi interessa è quello che succede dopo.
Quando un patrimonio è semplice, una decisione ha una conseguenza sola: faccio una cosa, ne succede un’altra, e in dodici mesi so se avevo ragione. È la logica con cui si costruisce un’impresa, ed è una logica sana. Quando il patrimonio diventa complesso, però, quella linea si apre a ventaglio. La stessa scelta tocca la liquidità disponibile, la fiscalità, gli assetti societari, i tempi di un passaggio generazionale già impostato, a volte gli equilibri tra i rami della famiglia. Il ventaglio si apre comunque, che lo si guardi o no.
E qui c’è una cosa che si dice di rado, perché di solito si parla solo dei danni. Il ventaglio funziona anche al contrario. Una decisione pensata guardando tutto insieme può sistemare più cose in una volta: un’operazione riformulata nei tempi che libera liquidità e nello stesso movimento semplifica un passaggio già previsto. Non è fortuna. È l’effetto di averla valutata su tutti i piani prima di prenderla, invece che su uno solo.
Se avete due minuti, provate a fare questa cosa. Prendete l’ultima decisione importante che avete preso sul patrimonio e mettete un nome accanto a quattro domande: chi l’ha proposta, chi l’ha istruita sui numeri, chi l’ha approvata, chi la verificherà. Se compare sempre lo stesso nome, o se una casella resta vuota, avete già la risposta alla domanda da cui siamo partiti.
Ne ho scritto più a fondo nel blog di questa settimana: come si arriva davvero a una decisione dentro un family office, quali sono i tre elementi su cui poggia il processo, e cosa cambia quando le scelte smettono di dipendere dalla lucidità di una persona in un certo momento.
Una cosa la aggiungo, perché è quella che mi sta più a cuore. Chi si avvicina a un family office ha quasi sempre lo stesso timore, che poi è il timore di perdere il controllo. Quello che si perde è la solitudine della decisione.
La scelta resta vostra, ma arriva istruita, e resta scritta insieme alla ragione per cui l’avete presa. È anche l’unica parte del patrimonio che si può davvero lasciare a chi viene dopo. Le intuizioni non si ereditano. I criteri sì.