Spunto #24 del 24 febbraio 2026

Il Non-Dom inglese e l’Italia: perché il vero impatto si vedrà nell’economia reale

Tempo di lettura: 2:15 minuti

 

Buon martedì,

negli ultimi giorni mi sono fermato a riflettere su un punto spesso sottovalutato: quando un grande centro finanziario cambia le regole, non si spostano solo le residenze. Si spostano capitali, reti professionali e, soprattutto, intenzioni di investimento.

Per anni il Regno Unito ha attratto famiglie internazionali grazie al modello non dom e alla logica della remittance basis. Dal 6 aprile 2025 quel quadro è stato superato: oggi l’attenzione si concentra su regole più strettamente basate sulla residenza, con una finestra agevolata limitata nel tempo per i nuovi residenti qualificati tramite il regime FIG. In parallelo, molte famiglie stanno anticipando scelte che avrebbero rimandato, anche per ragioni di pianificazione patrimoniale e successoria.

Dentro questo movimento l’Italia sta diventando una destinazione naturale, con Milano in prima linea. E la chiave è che non si tratta solo di lifestyle. Stiamo vedendo una domanda concreta: radicare una base in Italia, mantenere una visione globale e trovare opportunità dove mettere a lavoro il patrimonio.

Sul piano fiscale, l’Italia offre strumenti specifici. Il regime dei neo residenti ex articolo 24 bis consente una tassazione forfettaria sui redditi esteri, distinta dalla logica del rimpatrio dei redditi. Dal 1° gennaio 2026, però, il regime diventa più selettivo: la quota annua per il soggetto principale sale a 300.000 euro, con 50.000 euro per ciascun familiare che estende l’opzione. È una scelta che va valutata con attenzione, perché ha senso soprattutto in presenza di redditi esteri rilevanti e di un impianto patrimoniale ben impostato.

Il punto, però, è più ampio della fiscalità. Se l’impatto si limitasse all’immobiliare di fascia alta, vedremmo soprattutto prezzi più elevati e concentrazione. La vera opportunità è un’altra: questi patrimoni possono alimentare una nuova stagione di investimenti nell’economia reale, perché molte eccellenze italiane hanno margini solidi e brand forti, ma capitale scarso e governance spesso da rafforzare.
In concreto, gli sbocchi più naturali sono tre:

•⁠  ⁠Ricapitalizzazione di PMI di qualità, con investimenti di controllo o co-controllo e partnership di lungo periodo: non solo finanza, ma crescita, acquisizioni e internazionalizzazione.

•⁠  ⁠Club deal e co-investimenti, per entrare su aziende e asset italiani riducendo il rischio, condividendo competenze e costruendo portafogli più robusti sul reale.

•⁠  ⁠Innovazione, tra venture capital e PMI innovative, dove servono capitale paziente e reti internazionali per scalare.

In questo contesto, il ruolo del family office evolve: non solo gestione del patrimonio, ma regia tra governance familiare, asset allocation e architettura degli investimenti, con una capacità crescente di strutturare co-investimenti e presidiare la governance.

La conclusione è semplice: se questi flussi vengono orientati verso imprese, distretti e progetti industriali, l’effetto non sarà solo patrimoniale per chi arriva. Sarà territoriale per chi è già qui, perché significa più capitale disponibile, più managerialità, più passaggi generazionali gestibili e più crescita reale nelle filiere italiane.

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