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Buon martedì,
Qualche anno fa, un imprenditore che stava valutando di affidarci il suo patrimonio mi disse una cosa che non ho dimenticato. Disse:
«Cerco qualcuno che mi aiuti a fare le cose che voglio fare, non qualcuno che mi spieghi perché non devo farle».
Lo capivo.
Aveva costruito tutto da solo, con la sua testa, le sue scelte. L’ultimo bisogno che sentiva era quello di un’altra figura che gli mettesse i bastoni tra le ruote. Avrei potuto dirgli che aveva ragione. Sarebbe stato più semplice. Invece gli dissi che probabilmente avrebbe trovato quello che cercava, ma non da noi.
Ci ripensai a lungo nei giorni successivi. Non perché dubitassi di quella risposta, ma perché mi chiedevo quante famiglie ragionassero così senza dirlo esplicitamente. Quante si avvicinassero a un family office cercando, in fondo, qualcuno che eseguisse.
La risposta, nel tempo, me la sono costruita. E non è quella che ci si aspetta.
Le famiglie che hanno preservato il loro patrimonio attraverso le crisi, i passaggi generazionali, i momenti di pressione, non lo hanno fatto perché avevano i consulenti più accomodanti. Lo hanno fatto perché avevano qualcuno che, nei momenti che contavano, era disposto a dire no. Con dati, con argomenti, con la pazienza di spiegare. Ma con la chiarezza di chi ha un mandato preciso: non compiacere, preservare.
Quell’imprenditore, due anni dopo, mi chiamò. Le cose non erano andate come pensava. Mi disse che aveva capito cosa intendevo.
Il valore di un advisor indipendente non si misura in quello che propone. Si misura nella qualità delle decisioni che aiuta a non prendere.
Ho scritto un articolo su questo: sul perché un family office che non sa dire “no” non sta facendo il suo lavoro e sui momenti in cui il dissenso è l’unica risposta corretta; e su come costruire una relazione di fiducia che renda possibile quel dissenso senza che diventi un conflitto.