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Buon martedì,
C’è una sensazione specifica che gli imprenditori conoscono bene. È quella di valutare un’operazione concreta: leggere un business plan, incontrare il management, capire dove sta il rischio vero e dove sta l’opportunità. Sedersi al tavolo e dire sì o no con cognizione di causa.
È il modo in cui hanno sempre lavorato. Ed è il modo in cui, a quanto vedo, vorrebbero continuare a lavorare anche quando non si tratta della propria azienda.
Molti imprenditori, quando si siedono a ragionare di gestione patrimoniale nel senso più classico, fanno fatica. Non è mancanza di competenza. È che quelle logiche (fondi, allocazioni, prodotti strutturati) sono costruite su un modo di pensare che non è il loro. L’astratto, il delegato, il non-controllabile. E per paura di muoversi in un terreno che non sentono proprio, spesso si tengono fuori.
C’è uno strumento che funziona in modo diverso. L’imprenditore che lo incontra lo riconosce quasi subito: non perché conosca il nome, ma perché il meccanismo gli è familiare. Una singola operazione, una tesi leggibile, un gruppo ristretto di persone che decidono insieme, regole chiare su governance e uscita.
Si chiama club deal. Ed è forse l’unico strumento che un imprenditore capisce senza che nessuno glielo spieghi.
Al di là dei prodotti finanziari classici, esistono categorie di investimento che un imprenditore capisce in modo diretto: il real estate, le partecipazioni in aziende, le operazioni strutturate con altri investitori selezionati. Sono asset concreti. Si vede cosa si sta comprando. Si percepisce il risultato nel tempo. Permettono di diversificare il patrimonio in aree reali, che corrispondono alla competenza e all’appetito di chi investe.
Il club deal rientra in questa categoria. Non è un prodotto da spiegare: è un’operazione da valutare. Tesi, management, struttura, piano di uscita. E quando funziona, il ritorno non è solo finanziario: c’è la soddisfazione di aver fatto qualcosa che capisci, su cui hai esercitato un giudizio, che hai scelto in modo attivo. Per chi gestisce patrimoni rilevanti, questa differenza non è secondaria.
Un cliente, qualche mese dopo aver partecipato al suo primo club deal, mi disse:
«Con questo ho capito che potevo ragionare di finanza senza smettere di ragionare da imprenditore.»
Il nostro ruolo è assicurarsi che quella sensazione sia sostenuta da un processo vero: conoscere il patrimonio complessivo del cliente, selezionare le operazioni giuste, strutturare l’ingresso nel modo più efficiente, stare dentro durante la vita del deal. Non è solo l’operazione. È il filo che la collega al resto.
Nel blog di questa settimana ho scritto cos’è un club deal, come funziona e perché il family office fa la differenza nella selezione e nella gestione.