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Buon martedì,
Ci sono storie che dimostrano come la vera forza dell’unione non risieda nell’assenza di conflitti, ma nella capacità di governarli senza compromettere la continuità del patrimonio.
La vicenda della famiglia Del Vecchio è una di queste.
Alla scomparsa di Leonardo Del Vecchio, nel maggio 2022, si è aperto uno scenario che molte famiglie aziendali si trovano spesso ad affrontare duramente: la gestione dell’eredità.
Con ben otto eredi, sei figli, la seconda moglie e il figlio nato da quel matrimonio, la famiglia si è trovata a gestire un impero da 25-27 miliardi di euro, con idee divergenti, interessi contrapposti e tensioni latenti.
Molto spesso, queste situazioni portano a una sola strada:
la disgregazione patrimoniale.
Premettiamo che, pur ereditando miliardi, non si rischia certo uno stile di vita meno agiato. Tuttavia, vorrei staccarmi da questo concetto per far comprendere che cosa, realmente, gli eredi potevano perdere.
Ebbene, al posto di una disgregazione, è accaduto l’opposto.
Nel 2025 il patrimonio della famiglia Del Vecchio, detenuto attraverso la nota holding Delfin, ha raggiunto una capitalizzazione stimata tra i 50 e i 55 miliardi di euro, con un incremento del +66% in soli tre anni.
Un risultato sorprendente, ottenuto proprio mentre la famiglia attraversava il momento di maggiore fragilità.
Basta pensare che, se il patrimonio fosse stato diviso e ognuno avesse incassato la propria quota, la famiglia avrebbe probabilmente “perso” la solidità complessiva del proprio patrimonio.
Il merito di questo risultato va in gran parte a una figura chiave: Francesco Milleri, storico braccio destro di Leonardo Del Vecchio. Il loro legame, tra i più forti e strategici della storia del capitalismo italiano contemporaneo, si fondava su una combinazione di amicizia personale, fiducia totale e complementarità professionale, sviluppatasi in oltre trent’anni, fino alla scomparsa dell’imprenditore nel 2022. Del Vecchio riponeva in lui la massima fiducia, considerandolo il custode del proprio pensiero industriale.
Milleri, sotto grande pressione, è riuscito non solo a tenere unito il patrimonio, la visione di Leonardo e la sua azienda, ma anche a farli crescere, assumendosi l’onere di fare da paciere e di allentare conflitti e tensioni che, senza una figura come la sua, avrebbero con ogni probabilità portato alla disgregazione del patrimonio.
Il caso dimostra con chiarezza che a salvare e a far crescere un grande patrimonio non è l’armonia familiare, bensì:
- la solidità delle regole di governance,
- la professionalità di chi le fa rispettare,
- e soprattutto la forza di un patrimonio unito.
Questi punti sono fondamentali per tutti i patrimoni complessi, dalla loro nascita al mantenimento e alla trasmissione nel futuro. Un patrimonio deve guardare e muoversi coerentemente su tutte le linee temporali:
- il passato, per onorare chi lo ha creato e i suoi valori;
- il presente, per garantirne la crescita continua;
- il futuro, per chi dovrà gestirlo e portarlo avanti.
Senza questi elementi, non si potrà mai avere la certezza di rispettare la continuità del patrimonio.