Il 13 agosto si è chiusa l’offerta con cui il gruppo britannico Frasers voleva comprare Hugo Boss a 38 euro per azione. Frasers si è fermato al 47,9% del capitale, sotto la metà (Milano Finanza). Tra i soci che non hanno venduto ci sono le due casseforti della famiglia Marzotto, che a offerta chiusa hanno ancora circa il 14% del gruppo tedesco (Börse Online). Aderire avrebbe significato incassare circa 370 milioni di euro. Una delle due casseforti si chiama PFC ed è il family office del ramo di Paolo Marzotto.
Dire no a una cifra del genere, in una famiglia con più rami, raramente è semplice. Ci sono esigenze diverse e c’è la tentazione, legittima, di trasformare un titolo in liquidità. Per capire come si arrivi a una scelta così senza dividersi bisogna tornare indietro di dieci anni e guardare che cosa fa un family office quando funziona.
Da Valdagno a Hugo Boss: da dove arriva il patrimonio
La storia comincia nel 1836, quando Luigi Marzotto apre un lanificio a Valdagno, in provincia di Vicenza. Nel Novecento l’azienda cresce fino a diventare un grande gruppo tessile, e la famiglia si occupa da sempre anche della comunità che ci lavora: nel 1959 quell’impegno prende la forma della Fondazione Marzotto, che oggi ha oltre 400 dipendenti e assiste anziani e bambini tra Veneto e Lombardia.
Poi arriva la moda. Nel 1991 il gruppo compra Hugo Boss, nel 2002 Valentino. Nel 2005 l’abbigliamento viene separato dal tessile e diventa Valentino Fashion Group, che nel 2007 passa sotto il controllo del fondo Permira (Marzotto Group). I rami della famiglia, ormai numerosi, prendono strade diverse e ciascuno si ritrova a gestire la propria parte di patrimonio.
Paolo Marzotto, classe 1930, era uno dei quattro fratelli che negli anni Cinquanta correvano in auto e che i giornali chiamavano i conti volanti. Pilota Ferrari nei primi anni Cinquanta, a Le Mans arrivava a quasi 300 chilometri orari (Il Sole 24 Ore). Mezzo secolo dopo sarebbe stato al centro di un passaggio molto meno veloce e molto più delicato.
Quando una cassaforte diventa un family office?
Nel 2006 Paolo, la moglie e le figlie Dominique e Veronica creano PFC, la società in cui confluisce la loro parte di patrimonio (PFC). Per dieci anni funziona come molte casseforti di famiglia: il portafoglio è quasi tutto in azioni quotate, il 98% secondo il caso di studio dell’Impact Investing Institute, e le decisioni stanno in poche mani.
Molte famiglie italiane conoscono bene questa fase, dopo una vendita o dopo anni di dividendi accumulati. Il patrimonio c’è e rende. Mancano le regole su chi decide e un ruolo per la generazione che arriva.
Nel caso di PFC la svolta arriva nel 2016, e la spinge la terza generazione. Quell’anno PFC diventa un family office vero, con sede a Milano e una governance in cui anche i più giovani hanno voce, e comincia il lavoro su una costituzione di famiglia. A fine anno, all’assemblea annuale di famiglia, la nipote Giorgiana Notarbartolo di Villarosa propone di investire con criteri d’impatto.
Perché le regole vanno scritte prima del passaggio generazionale?
Nel 2018 Paolo si ritira. La guida operativa passa al nipote Guglielmo, che con la sorella porta avanti la costituzione di famiglia, il documento in cui la famiglia mette per iscritto le proprie regole. Nel febbraio 2020 PFC e Zignago Holding, la cassaforte di un altro ramo della famiglia, salgono insieme dal 10,1% al 15,5% dei diritti di voto di Hugo Boss (Hugo Boss).
A maggio 2020 Paolo Marzotto muore, a 89 anni. È il momento in cui molte famiglie scoprono di non aver mai deciso chi rappresenta chi, né chi ha l’ultima parola. Nel ramo di Paolo quelle risposte ci sono già, e nello stesso anno la costituzione di famiglia viene formalizzata. Nel 2021 arriva la prima politica d’investimento scritta, il documento che fissa obiettivi e limiti, comprese le cose che la famiglia non vuole fare. È il lavoro che, nelle famiglie più strutturate, fa un consiglio di famiglia.
La seconda prova arriva sei anni dopo, con l’offerta di Frasers. Un titolo in portafoglio da decenni e un prezzo da centinaia di milioni: è il tipo di situazione in cui le famiglie si dividono tra chi vuole incassare e chi vuole restare. I Marzotto restano. Secondo Milano Finanza conoscono l’azienda da anni e considerano il prezzo troppo basso. Comunque la si giudichi, la scelta arriva da una famiglia che sa già come si prendono le decisioni insieme, e saper dire no è una delle cose per cui un family office esiste.
Il no di agosto era stato scritto dieci anni prima, in un’assemblea di famiglia.
Cosa fa il family office dei Marzotto, funzione per funzione
Visto da fuori, PFC fa ciò che un family office dovrebbe fare per qualsiasi famiglia con un patrimonio complesso. La differenza, in questo caso, è che ogni funzione ha un nome e una data.
- Regole di famiglia. Una costituzione formalizzata nel 2020 e un’assemblea annuale. I soci sono le due figlie di Paolo e i loro sei figli.
- Una politica d’investimento scritta. Dal 2021 fissa obiettivi e limiti. Secondo il sito della famiglia gli investimenti seguono nove temi, dalla salute all’energia pulita.
- Diversificazione per gradi. Dal 98% in azioni quotate a un portafoglio che il sito di PFC descrive così: 49% azioni quotate, 41% private equity tra investimenti diretti e fondi, 6% obbligazioni, 3% immobili. L’obiettivo dichiarato è portare al 55% gli investimenti alternativi entro il 2030.
- L’asset storico gestito da socio. Hugo Boss resta in portafoglio e la famiglia, attraverso il ramo Zignago, esprime dal 2010 un componente del consiglio di sorveglianza.
- Una squadra professionale. L’amministratore delegato, Pierluigi Ventura, non è tra i soci di famiglia. Accanto a lui lavorano team dedicati agli investimenti e all’amministrazione.
- Ruoli veri per i nipoti. Guglielmo guida il private equity, Giorgiana impatto e filantropia, Ginevra le persone, Guillaume gli immobili.
- Filantropia con un budget. La famiglia ha deciso in anticipo come dividere le erogazioni: 60% a sistemi economici più equi, 30% all’ambiente, 10% a contributi liberi.
Poi ci sono i conti, che PFC deposita come qualsiasi società. Nel 2023 ha chiuso con 60,4 milioni di utile: 21,5 sono andati ai soci e 38 sono rimasti a riserva (Milano Finanza). Nel 2024 l’utile è sceso a 7,6 milioni e il dividendo a 7, con un patrimonio netto intorno ai 620 milioni (Milano Finanza).
Il filo che tiene insieme tutte queste voci è semplice: la famiglia indirizza e controlla, i professionisti gestiscono. E le regole sono state scritte prima che servissero.
Quando serve un family office?
Conta la complessità del patrimonio
Al ramo di Paolo Marzotto il family office è servito in ogni passaggio della storia: le regole scritte prima che il fondatore uscisse di scena, l’uscita graduale da un portafoglio quasi tutto in Borsa, la partecipazione storica gestita da socio, i nipoti preparati a un ruolo e, quest’estate, un’offerta da centinaia di milioni affrontata senza dividersi.
A rendere necessaria quella struttura è stata la complessità del patrimonio più della sua dimensione: più rami e più generazioni, una partecipazione quotata accanto a investimenti diretti e fondi, una fondazione di famiglia, decisioni che toccano insieme la famiglia e il patrimonio. È la stessa complessità che si ritrova in molte famiglie imprenditoriali con patrimoni di qualche decina di milioni, tra un’azienda ancora operativa o appena venduta, una holding, gli immobili, conti in più banche e figli con percorsi diversi. Le domande sono quelle che si è posta PFC: chi decide, come si investe, cosa succede al momento del passaggio.
Cambia la forma della risposta. Una struttura con un amministratore delegato e una quindicina di professionisti dedicati a una sola famiglia ha senso per patrimoni molto grandi; per gli altri le stesse funzioni arrivano attraverso un multi family office, che le mette a disposizione di più famiglie. Al centro c’è una regia unica: un solo punto in cui azienda, immobili, investimenti e consulenti vengono letti insieme, con un rendiconto che tutta la famiglia può capire. Le regole sul passaggio, la politica d’investimento e il ruolo dei figli si costruiscono da lì, sulla misura di ciascuna famiglia.
Il primo passaggio, del resto, è ancora davanti a molti. In Italia il Politecnico di Milano conta 244 family office, e quasi la metà di quelli al servizio di una sola famiglia è ancora in mano alla prima generazione (Osservatorio Family Office del Politecnico di Milano, 2025). Si può parlare, in questo senso, di un metodo family office: le funzioni che hanno aiutato PFC, adattate alla complessità di ogni famiglia.
Cosa tenere presente. PFC lavora su una scala diversa da quella di molte famiglie: cambia la dimensione della struttura, le domande restano le stesse. Hugo Boss resta in portafoglio come partecipazione storica e gli utili cambiano molto da un anno all’altro: 60,4 milioni nel 2023, 7,6 nel 2024. L’impronta così marcata sull’investimento d’impatto è una scelta di questa famiglia, che altre possono non condividere.
Il 13 agosto i numeri dell’offerta hanno detto chi aveva venduto e chi no. La decisione dei Marzotto era maturata molto prima, quando una famiglia ha deciso di scrivere le proprie regole con il fondatore ancora presente e di far sedere i nipoti al tavolo. Un family office si riconosce soprattutto in questo: quando arriva un’offerta, le domande difficili hanno già una risposta.
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